tutto è sempre in parte sperimentale: sentire, tastare, esplorare
(forse la parola giusta è esplorare)
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Visto che ho imparato a inserire le immagini... ecco un post per Bibione, ne vale la pena.
"Sempre a cavallo fra cruda realtà e assurdità reali, la cinepresa sembra muoversi in un mondo a sé, che potrebbe essere ovunque o da nessuna parte e registra una memoria che appena si viene creando, fra le estati che si susseguono come tasselli intercambiabili. Il tempo e lo spazio si sciolgono, diventando collante e scenografia. Bloccato per un giorno nel suo scorrere, il flusso dell’estate si lascia afferrare e rivela un umanità saggia e inquieta, comica e amara allo stesso tempo".
Su www.docvideo.it si puo' acquistare questo bellissimo film di Alessandro Rossetto, per me inesauribile fonte di poesia e ispirazione. Vedetelo, divorate ogni inquadratura. E lo so, sono un po' di parte, sara' che Alessandro e' nato a Padova e parla delle mie parti.
Oggi nuvole e giro al mercatino dopo la febbre. E per festeggiare il personale ritorno della salute - evidentemente ho una soglia bassissima del disagio fisico - siamo andati alla mostra di foto di Letizia Battaglia, ospitata nella sede della SPD.
Ma chi e' Letizia Battaglia? Io non lo sapevo. Di seguito piu' o meno cito da testo trovato in internet, i corsivi saranno miei.
"Nata a Palermo nel 1935. Fotografa, giornalista, ex assessore all'ambiente della giunta Orlando, ex deputato. Sposatasi giovanissima (a soli 16 anni), nel 1972, quando di anni ne ha 39, lascia il marito che la vuole a casa e parte per Milano con le tre figlie: 18, 16 e 6 anni. Comincia a lavorare come giornalista free lance ma i giornali le chiedono delle foto per accompagnare i suoi articoli. Diventa così, per necessità, fotografa, per riuscire a piazzare più agevolmente gli articoli. Anni assurdi: cioe' sfido chiunque a trasferirsi a Milano oggi e dal nulla cominciare a vendere i propri articoli come giornalista (e vendere le proprie foto!) e di questo potere vivere, pagare l'affitto e mantenere 3 figli. Sembra fantascienza. Oggi alla Letizia chi glielo pagherebbe il master in giornalismo? gia' tanto se la prendessero a stage senza buoni pasto...
Ma il nuovo lavoro comincia ad appassionarla. Dopo tre anni, torna a Palermo e comincia a documentare la vita della città sconvolta dai delitti mafiosi.
"Prima io non sapevo niente", dice. Sapeva sì che c¹erano stati dei delitti, anche una strage con sette morti... ma Letizia è convinta che quello sia un momento particolare, una cosa eccezionale... Lavorando in cronaca e fotografando ogni giorno la realtà, si rende conto di quel lento stillicidio che non finisce mai.
A Venezia, durante uno stage con Grotowski (sembre cosi', passi per Venezia e guarda caso c'e' lo stage con Grotowski!), Letizia incontra Franco Zecchin più giovane di lei di vent¹anni. Diventerà il suo compagno, nella vita e nel lavoro. Per 19 anni, i due lavorano insieme, documentando la barbarie che intride la società. A New York, Letizia prende il premio Eugene Smith, il più prestigioso al mondo per la fotografia sociale. Il suo messaggio, lanciato attraverso le foto, è arrivato a tutto il mondo: un messaggio di aiuto che vuole dire "non siamo tutti mafiosi, venite ad aiutarci perché da soli non ce la facciamo". Letizia decide di entrare in politica e viene eletta con i verdi. Diventa assessore e uno dei suoi nuovi messaggi è quello di cercare di rendere più serena la vita di Palermo: pianta insieme agli scolari delle scuole migliaia di alberi. Anche fare cultura vuol dire combattere la mafia. Che intanto continua a uccidere. Con i giudici e i poliziotti ammazzati, la vita della parte più sana della società decimata diventa blindata. Letizia rifiuta la scorta: "Preferisco essere uccisa, piuttosto che dichiarare di avere bisogno di una scorta, di arrendermi davanti a quelli che vogliono che io abbia paura". A un certo punto, dopo l¹uccisione di Falcone e Borsellino, la mafia cambia strategia, si sente in pericolo, teme che lo stato possa distruggerla.
Così - è sempre Letizia che parla - la mafia si butta in politica, i mafiosi diventano i nostri amministratori: adesso sono loro che ci amministrano e noi non possiamo fare niente."
Sono stata felice di scoprire chi e' Letizia Battaglia. Mi sono anche rattristata, perche' la sua battaglia non e' servita a molto. E anche perche' lei e' delusa, ma ha piu' di settant'anni, e io mi sento delusa gia' a trenta. Pero' incontrare persone cosi' aiuta un po', da' un po' di motivazione a fare qualcosa, che le cose cambino o no.
Tutte queste cose le ho viste in un video, "Battaglia" fatto da tale Daniela Zanzotto, lo si puo' comprare o forse anche scaricare dal sito www.docvideo.it
Di nuovo scrivo non dei fatti miei, ma dei fatti di tutti, sia pure per i rari visitatori di questo blog.
Cioe' di quello che sta succedendo in Italia in questo momento di "dittatura dolce", come l'ha chiamata un noto liberale.
In questi giorni si tratta della massiccia azione anti-rom, compiuta con la piu' completa accondiscendenza delle varie rappresentanze politiche e dei grandi giornali: lo scopo neanche tanto occulto e' di catalizzare le insoddisfazioni delle masse (leggo oggi che i sondaggi di repubblica brindano con il 68% degli italiani a favore dell'"espulsione" di massa dei nomadi - cioe' praticamente della deportazione) nella soluzione di quello che improvvisamente sembra il piu' grande problema dell'Italia: i campi nomadi. Secondo le previsioni, questa emergenza durera' pochi giorni, il tempo di liberare la rabbia xenofoba di piccoli italiani astiosi, che sbraitano sul divano del salotto nel corso del tg serale, prima di essere ammansiti dall'abolizione dell'Ici.
Pero' intanto le persone vengono cacciate dalle loro case, per la sola colpa di appartenere a un'etnia, e di essere povere. Questa cosa dell'etnia e' inquietante ed evoca leggi razziali e azioni di rappresaglia contro un popolo-capro espiatorio che l'Italia del dopoguerra aveva dimenticato. E poi i ridicoli "distinguo" tra quelli che vengono per lavorare e quelli che vengono per delinquere e stuprare, che devono essere rispediti a casa loro (cito dai discorsi di noti politici e giornalisti). Certo che voglio una citta' dove mi sento a mio agio, dove posso camminare da sola alla sera! Ma lo sgombero dei campi nomadi non mi rende affatto tranquilla riguardo alla mia incolumita' e a quella di altre donne e uomini.
E poi mi viene sempre in mente il falso problema di "Indovina chi viene a cena": e cioe' il diverso, per essere infine accettato, deve essere diverso come una goccia d'acqua, corrispondere alla tua visione piccolo-borghese del mondo (capelloni, artisti, violinisti pazzi, qualunque sia il colore della vostra pelle, insinuate un dubbio violento nel mio bagno pulito di fresco - i delitti degli uomini in cravatta infatti non sporcano).
Questo non vuol dire che non ci siano problemi o che pulire il bagno non sia necessario. Ma bisogna denunciare il fatto che le effettive situazioni di disagio (per italiani e stranieri) vengono affrontate con misure razziste e demagogiche. Riguardo al popolo rom regna una ignoranza totale. Come si puo' lasciare campo libero a gente che non ha la minima idea, fare gli sgomberi con la polizia? Perche' non vengono interpellate le persone che da anni lavorano in modo capillare a contatto con i nomadi? Che razza di politica di integrazione e' quella che caccia donne e bambini dalle baracche e che fa distinzioni tra rom italiani e rom stranieri (!), tra italiani e romeni (per la serie, romeni si' ma solo se lavorano come animali nella mia nuova fabbrichetta a Timisoara)? E che fa montare la paura, anziche' cercare di abbassare la tensione e di creare un clima di ascolto? Fa accapponare la pelle il modo in cui viene portata avanti questa operazione che legittima, asseconda e fomenta le tendenze razziste e violente di certi italiani. Non c'e' nulla di cui stupirsi, visto che quelli che governano il paese vengono accolti col saluto romano, ma bisognerebbe fare sentire voci diverse, per non rimanere invischiati in un senso comune sempre piu' fascista.
La Lega prende il 28% in Veneto. La presenza di Berlusconi al governo e' percepita ormai come ineluttabile normalita', non scandalizza nemmeno. Il partito di Veltroni pero' era invotabile. Va bene e' anche colpa mia. La sinistra e' scomparsa. Niente Ici e siamo tutti felici.
(... un giorno scriverò anche i fatti miei, ve lo prometto, ma ogni tanto concedetemi anche un po' di selezione stampa)
"E' finita l'‘età dell'oro'. E' finita la fiaba del progresso continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la ‘cornucopia' del XXI secolo. Una fiaba che pure ci era stata così ben raccontata. Il tempo che sta arrivando è un tempo di ferro". Crisi finanziaria, depressione, carovita sono solo l'inizio. Il più tremendo bilancio della globalizzazione, e del mercato (anzi del "mercatismo") suo strumento principe, è la "catastrofe ambientale, capace di erodere alla base le ragioni stesse della nostra sopravvivenza sulla terra". E "se il funzionamento del meccanismo non verrà rallentato" c'è da attendersi il peggio . Perché "mercatismo e ambientalismo sono termini tra loro incompatibili". "Non ci può essere ambientalismo con sviluppo forsennato". Dunque: basta con "il mito dell'economia che è tutto, che sa tutto, che fa tutto", "dominatrice assoluta della nostra esistenza". Basta con "gli economisti, sacerdoti e falsi profeti del nuovo credo". "Perché abbiamo firmato una cambiale mefistofelica con il dio mercato?"
Non sto citando me stessa, né altri ambientalisti. Incredibilmente, quanto sopra riportato reca la firma di Giulio Tremonti, ed è tratto dalla prima parte del suo "La paura e la speranza" (Mondadori) da poco in libreria. Con una competenza in materia assai rara tra i politici, l'autore dedica intere pagine all'inarrestabile aumento delle emissioni di gas climalteranti e con scientifica puntualità lo rapporta all'aumento della temperatura terrestre. Correttamente considera anche le posizioni che attribuiscono il fenomeno a cause diverse dalla sovrapproduzione, ma conclude che questa "non è certo una ragione sufficiente per aggiungere catastroficamente al calore solare anche il calore industriale".
Con un coraggio raro anche tra ambientalisti doc afferma che nemmeno la green economy può ritenersi una soluzione, e senza esitare asserisce: "E' necessario fermare il mercatismo, l'ideologia forsennata dello sviluppo forzato, spinto dalla sola e assoluta forza del mercato".
Ma lei, onorevole Tremonti, dov'è stato finora? Lei, docente di economia, ministro delle Finanze (1994), ministro dell'Economia e delle Finanze (2001-2004), vicepresidente del Consiglio (2005-2006), ha mai fatto o proposto qualcosa di appena conseguente con quanto asserisce ora? Non è stato anche lei a raccontarci la favola bella del capitalismo, destinato prima o dopo ad arricchire tutti? E del mercato (che solo oggi tra disprezzo e sgomento chiama "mercatismo") capace, purché libero dai maléfici "lacci e lacciuoli" di uno stato ficcanaso e invadente, di guidare le sorti del mondo verso infallibili traguardi di abbondanza e benessere? E non è su queste certezze che si è fondato il suo lungo sodalizio con quel monumento vivente al mercato e al Pil che è Berlusconi? E che farà se, Berlusconi vincente, toccherà nuovamente a lei reggere le sorti dell'italica economia? Crede le sarà facile, nella compagnia che si ritroverà, applicare quanto ora afferma necessario, come ad esempio: "La mano privata è così invisibile che, proprio per questo, deve essere sostituita dalla ben più visibile mano pubblica"?
Ma di questo Tremonti non dice, nemmeno quando ne è esplicitamente invitato, al massimo si limita a citare il suo auspicio di una nuova Bretton Woods, che riordini un poco il "forsennato disordine globale". Oppure, come sere fa a Porta a porta , a proposito del crescente impoverimento dei ceti più deboli, suggerisce una distribuzione gratuita di latte, pane e pasta, a ciò utilizzando il volontariato. Non credo servano commenti. Nella seconda parte del libro d'altronde dimentica del tutto "catastrofe ambientale", "dio mercato", ecc, e si dedica invece a discettare di "valori". Valori cristiani precipuamente, e in pratica limitatamente all'Europa (cosa singolare, dopo il suo insistito argomentare di globalizzazione come dimensione oggi non prescindibile). Ma non entro nel merito. Lo ha già fatto ampiamente e sapientemente (e criticamente) Emanuele Severino sul Corriere della Sera .
Questa d'altronde non vuol essere una recensione del libro di Tremonti. Se me ne occupo è perché i contenuti della prima parte rappresentano una vistosa eccezione rispetto all'atteggiamento della più parte del mondo politico rispetto alla crisi ecologica: cioè a quella sorta di "rimozione" dai più messa in atto in presenza di un problema gigantesco, che, affrontato seriamente, vorrebbe la rimessa in causa dell'intero impianto economico oggi attivo in tutto il mondo. Perché quanto con tardiva conversione scrive Tremonti (salvo poi fingere di nulla, in qualche modo passando dalla "rimozione" alla "schizofrenia") risponde largamente alla realtà che ci troviamo di fronte, e che la politica (quasi tutta) è ben lontana dall'assumere nella sua gravità. Ciò che non può stupire da parte delle destre: difficile immaginare che possano dichiarar guerra a se stesse. Ma le sinistre?
Un'economia che da un lato va dilapidando le risorse del pianeta oltre ogni sua sopportabilità e mettendo a rischio il nostro stesso futuro, dall'altro (ma questo Tremonti non lo dice) sempre più va precarizzando e sfruttando il lavoro, non potrebbe (dovrebbe?) essere per le sinistre occasione per "entrare in conflitto con il modello economico sociale e fare dell' alternativa ad esso il proprio elemento paradigmatico", (parole di Bertinotti durante il forum con il manifesto)?
Indubbiamente tra le file della Sinistra Arcobaleno sono molte ormai le persone pienamente consapevoli della gravità di un problema che condiziona e determina ogni momento del nostro esistere. Come con la massima chiarezza scrive Franco Giordano nell'Introduzione a "Sinistra Europea", "Oggi l'emergenza ambientale è, indiscutibilmente, il problema cardine di ogni politica che si collochi a sinistra (…) è questione di politica generale." Allo stesso modo, specie tra quanti si occupano specificamente della materia, esiste la coscienza di come siano sempre i più poveri (operai addetti a processi tossici, profughi in fuga da alluvioni e desertificazioni, gente che vive in prossimità di discariche o fabbriche inquinanti, ecc.) a pagare lo scotto più alto del guasto ecologico; ciò che immediatamente iscrive il problema tra le ragioni storiche della sinistra.
Eppure non sempre, nel concreto, le posizioni e le scelte politiche rispondono a questa coerenza. Non di rado anzi il problema viene interamente omesso, come una materia marginale, da accantonare quando si tratti di Politica Economica (penso ad esempio a due interventi a firma Marcello Villari e Alfonso Gianni, per altri versi di tutto rispetto), o anche quando si discute a tutto campo della necessità di una nuova sinistra (penso al Forum pubblicato su Liberazione del 23 scorso, in cui l'ambiente è appena nominato, di passaggio). Così le proposte programmatiche: certo prevedono misure utili, necessarie anzi, per tentare di contenere il guasto ecologico, e però restano sostanzialmente interne alla realtà economica data, senza discuterne le logiche portanti.
Tra le sinistre il conflitto capitale-lavoro in qualche modo sembra ancora esaurire la storia. Non si considera insomma, non abbastanza, che il conflitto capitale-natura (cioè la devastazione degli ecosistemi e la possibile fine della specie umana ad opera dell'attuale modo di produzione, distribuzione e consumo) dimostra la reale irrazionalità del capitalismo, idee e macchine. Ne decreta la sconfitta. Le stesse cause della crisi attuale, di cui più nessuno nega la gravità, con tutta evidenza lo dicono. Al di là delle difficoltà immediate - finanziarie, da sopraproduzione, ecc. -parlano infatti di una duplice crisi: da un lato l'impoverimento del mondo del lavoro, che fino a ieri costituiva un enorme bacino di consumo, e quindi di profitto; dall'altro l'esaurimento delle risorse, petrolio in primis, e le conseguenze del mutamento climatico, che sempre più pesano sui fatturati. Parlano insomma di una situazione in cui accumulare plusvalore è sempre più difficile, ma in cui le cause della crisi economica sono le stesse che oggi rendono il mondo insostenibile: ecologicamente e socialmente.
E' a partire di qui che le sinistre potrebbero, forse dovrebbero, avviare quel cambio di passo che l'intera politica mondiale chiede. Spingendo lo sguardo oltre i confini nazionali, su una realtà globale che è tale economicamente ma non politicamente, e che esige una conduzione che non sia solo quella dei grandi poteri economici. E mettendo sotto accusa una società ricca che sarebbe in grado di sfamare l'intera popolazione del globo, mentre abbiamo un miliardo e mezzo di persone sottoalimentate. Una società tecnologicamente avanzata tanto da poter soddisfare i reali bisogni di tutti con una ridotta quantità di lavoro, mentre invece gli orari continuano ad aumentare, al fine di produrre quantitativi crescenti di merci sempre più scadenti, destinate in poche settimane a finire in discarica. Una società scientificamente in grado di far vivere tutti a lungo e in buona salute, ma in cui si continua a morire di aids perché i farmaci hanno costi inaccessibili, e sempre più si muore di tumori a causa di aria, acqua, territori inquinati. Una società che, quando i mercati si fanno pigri e la produzione ristagna, ha sempre una nuova guerra di riserva, così da riattivare la produzione di armi e far ripartire il Pil. Possono le sinistre tollerare oltre una società cosiffatta?
Lo so, è un compito da far tremare, ma a cui non credo ci si possa sottrarre. E d'altronde sapere che questo è il compito delle sinistre, e dichiararlo, richiamandosi anche alle altre sinistre europee che un po' dovunque oggi mostrano nuova vitalità, forse sarebbe un buon argomento anche in campagna elettorale.
(Carla Ravaioli, Liberazione 30 marzo 2008)
Contrastiamo l'abitudine a pensare che sui temi essenziali che riguardano la nostra vita, le nostre esperienze che si fanno corpo e anima, noi donne e uomini comuni fatichiamo a prendere una decisione consapevole. Osserviamo che in una società di esperti hanno autorevolezza lo scienziato, il filosofo, il teologo, il giurista e recentemente il bioeticista, tutti "rigorosamente" di sesso maschile, mentre noi donne non abbiamo parola pubblica. Ma oggettività scientifica e soggettività non sono mondi separati e le tecnologie che riguardano la vita e la morte sono oggi tali da modificare la percezione, il senso e quindi la lettura che noi diamo di esse. Dal concepimento al morire, le opportunità (e i rischi!) offerti dalle biotecnologie mediche ci obbligano singolarmente e collettivamente a operare scelte e mettere in atto decisioni spesso difficili. Ad esse la scienza contribuisce in termini di conoscenza e ampliamento delle possibilità. Ma l'ultima parola spetta alla donna all'uomo che di quelle scelte vivranno le conseguenze. Noi contrastiamo la violenza di un'etica dei principi indiscutibili e astratti con l'etica della responsabilità e denunciamo che il vuoto lasciato dall'assenza di una cultura laica delle istituzioni è riempito dalla Chiesa e dai codici deontologici delle associazioni e/o corporazioni degli esperti, scientifici e non, che dettano la propria legge.
(liberazione di oggi)
"ho paura delle croci dei crociati
delle ostie circolari
e di cosa ci mettono dentro
ho paura che il nostro
sia un amore di centro"
i due partitoni del 13 aprile si distinguono per una Elle???
www.youtube.com/watch
"Tangled up in blue" nella mirabile versione di Alessandro Metlica.
Sarei grata all'autore se ci postasse la sua traduzione.
Tangled up in blue, Bob Dylan
Early one mornin' the sun was shinin',
I was layin' in bed
Wond'rin' if she'd changed at all
If her hair was still red.
Her folks they said our lives together
Sure was gonna be rough
They never did like Mama's homemade dress
Papa's bankbook wasn't big enough.
And I was standin' on the side of the road
Rain fallin' on my shoes
Heading out for the East Coast
Lord knows I've paid some dues gettin' through,
Tangled up in blue.
She was married when we first met
Soon to be divorced
I helped her out of a jam, I guess,
But I used a little too much force.
We drove that car as far as we could
Abandoned it out West
Split up on a dark sad night
Both agreeing it was best.
She turned around to look at me
As I was walkin' away
I heard her say over my shoulder,
"We'll meet again someday on the avenue,"
Tangled up in blue.
I had a job in the great north woods
Working as a cook for a spell
But I never did like it all that much
And one day the ax just fell.
So I drifted down to New Orleans
Where I happened to be employed
Workin' for a while on a fishin' boat
Right outside of Delacroix.
But all the while I was alone
The past was close behind,
I seen a lot of women
But she never escaped my mind, and I just grew
Tangled up in blue.
She was workin' in a topless place
And I stopped in for a beer,
I just kept lookin' at the side of her face
In the spotlight so clear.
And later on as the crowd thinned out
I's just about to do the same,
She was standing there in back of my chair
Said to me, "Don't I know your name?"
I muttered somethin' underneath my breath,
She studied the lines on my face.
I must admit I felt a little uneasy
When she bent down to tie the laces of my shoe,
Tangled up in blue.
She lit a burner on the stove and offered me a pipe
"I thought you'd never say hello," she said
"You look like the silent type."
Then she opened up a book of poems
And handed it to me
Written by an Italian poet
From the thirteenth century.
And every one of them words rang true
And glowed like burnin' coal
Pourin' off of every page
Like it was written in my soul from me to you,
Tangled up in blue.
I lived with them on Montague Street
In a basement down the stairs,
There was music in the cafes at night
And revolution in the air.
Then he started into dealing with slaves
And something inside of him died.
She had to sell everything she owned
And froze up inside.
And when finally the bottom fell out
I became withdrawn,
The only thing I knew how to do
Was to keep on keepin' on like a bird that flew,
Tangled up in blue.
So now I'm goin' back again,
I got to get to her somehow.
All the people we used to know
They're an illusion to me now.
Some are mathematicians
Some are carpenter's wives.
Don't know how it all got started,
I don't know what they're doin' with their lives.
But me, I'm still on the road
Headin' for another joint
We always did feel the same,
We just saw it from a different point of view,
Tangled up in blue.
Mele o frutti di bosco, piu' o meno lo stesso. Solo per dire che "My Blueberry Nights", il nuovo film di Wong Kar Wai, e' una versione americanizzata dei soliti due o tre temi cari al regista di Hong Kong, condita da una manciata di autocitazionismo, centrifugata nel ketchup americano.
Tutto fa pensare a un remake americano di "Hong Kong Express". Solo che le stesse frasi tanto poetiche in cinese, nelle bocche americane diventano patetiche e ritrite. Il distacco, il sentimento di perdita, la solitudine, la ricerca di se' (e dell'amore) sono il motivo conduttore nel nuovo film, ma erano gia' espresse in modo piu' originale e autentico in "Hong Kong Express". Perfino il poliziotto che e' stato lasciato dalla sua compagna, le chiavi lasciate in consegna al gestore del bar, la ex fidanzata che ricompare. E ogni tanto, una bella metropolitana sopraelevata al rallentatore, marchio di fabbrica per dire: se non avete capito, sono sempre io.
Ora, ho visto film americani peggiori, chiaro. In fondo di che mi lamento? Il buon Wong Kar Wai si e' fatto un viaggio tra New York e il Nevada, ha guadagnato un po' di dollari e il pubblico giulivo sorrideva.